L’amore per chi trova le parole: “Piccola osteria senza parole”, di Massimo Cuomo

In Piccola osteria senza parole, di Massimo Cuomo (Venezia 1974), uno dei linguaggi è quello dell’amore.

In Piccola osteria senza parole, di Massimo Cuomo (Venezia 1974), gli avventori del bar di Scovazze, al confine tra il Veneto e il Friuli, parlano più che altro il dialetto. L’arrivo di un maestro di scuola del Sud, Salvatore Tempesta, porta ai frequentatori nonché bestemmiatori abituali uno strumento inconsueto, il Paroliere, che poco alla volta catturerà l’interesse e la curiosità di tutti. Uno dei linguaggi meno usati a Scovazze sembra essere quello dell’amore, ma il Paroliere offrirà anche qui la perfetta soluzione.

Riportiamo qui una delle pagine più riuscite e tenere dell’opera, il dialogo muto tra l’operaio Carnera e una donna rimasta orfana di entrambi genitori: Silvana Rasutti.

Dalla finestra si delinea la sagoma grande di Carnera che smonta in tuta blu dalla sagoma grande di una mietitrebbia. Che non dovrebbe starci sul viottolo di Scovazze, troppo stretto per circolarci con certi mezzi.
I Sorgòn intuiscono che c’è sotto qualcosa di serio. E che li riguarda: il gigante entra, punta dritto verso di loro.
«Comm’ea?» dice Nane.
«Il coso» intima Carnera mimando con la mano la forma di un cubo.
«Lo rivuoi indietro?» chiede Sante.
Carnera si limita ad allungare il braccio, aprire il palmo.
Toni schiude il cassetto sotto il tavolo, tira fuori il Paroliere.
«Bruno Borìn non sarà contento» commenta.
Carnera non ci fa caso, prende il Paroliere e va.
«Borìn non sarà contento…» ripete Toni a voce più alta.
 
Quando la mietitrebbiatrice arriva alla fine del campo di frumento la sera si è quasi mangiata Scovazze, resta una luce fioca. Silvana Rasutti aspetta fra le spighe, nel punto in cui si erano lasciati. Indossa un paio di occhiali a goccia simili agli occhiali di Paneghèl e un vestito di un colore amarena simile a quello della Ritmo di Tempesta. Che è parcheggiata poco distante, mentre lui osserva in segreto la scena da una finestra socchiusa della casupola.
Carnera ferma la mietitrebbia a pochi metri da Silvana Rasutti, nella luce dei fari scende dalla cabina stringendo in mano il Paroliere, si siede nel grano di fronte a lei, scuote la scatola, la poggia al suolo fra loro due, toglie il coperchio.
Tempesta per pudore si allontana dalla finestra, sorridendo.


Silvana Rasutti non comprende ma si affida. Carnera non sa parlare, vuole che la scatola parli per lui. Si concentra sulla scacchiera, cerca le parole. Ne individua un paio che però non vanno bene, non significano. Poi invece ne trova una adatta, che in qualche modo spiega, racconta. Allunga l’indice sul quadrato di lettere, sfiora con la punta quattro dadi verticali.


“Solo” dice il Paroliere.

Solo come si sente Carnera da quando è nato, troppo in alto rispetto a tutti, troppo timido e impacciato per provare a scendere. Il bambino che era si è issato su questa montagna di muscoli e lì è rimasto. In un’altra galassia, lontana. Fino a ora.
Silvana Rasutti capisce. Capisce tutto. Il senso di quel cubo di plastica e il senso di quella parola che anche lei conosce bene. Allora allunga il dito sul riquadro con le lettere, sfiora i primi tre dadi verticali toccati da Carnera, deviando in orizzontale su un quarto dado, la lettera “A”.

“Sola” dice il Paroliere.

Sola come si sente Silvana da quando il fulmine le ha tolto i genitori, troppo dolore da digerire, da spiegare, troppa fatica con cui dover fare i conti. La bambina che era si è issata su questa montagna di angoscia e lì è rimasta. A osservare il cielo, aspettando che arrivasse a salvarla qualcuno da un’altra galassia. Fino a ora.
E il Paroliere non smette di parlare. Continua per tutta la sera. Quando non ci sono più parole Carnera chiude la scatola, la scuote e il dialogo riprende, lentissimo, dolcissimo.
Fino a quando Silvana alza la testa e senza pensare lascia sfuggire la voce. Ha bisogno di capire, di sapere, la domanda le passa dalla testa alla bocca in un lampo.
«Perché solo parole di quattro lettere?» chiede.
La sua voce spezza un silenzio che sembrava poter durare all’infinito. E l’interrogativa è un pugno nello stomaco del gigante: sperava che lei non se ne sarebbe accorta, che potesse andarle bene lo stesso, che sarebbero riusciti a capirsi comunque, anche se lui oltre le quattro lettere proprio non ci arriva.
Si sente stupido, Carnera. Si sente sbagliato e improvvisamente fragile. Troppo fragile per uno come lui. Muove la testa, fa cenno che no, non c’è una risposta. Chiude l’occhio sano sotto lo sguardo della donna. Forse avrebbe bisogno di piangere, ma è un’altra cosa che non gli hanno insegnato a fare.

Allora si solleva in piedi, muove due passi per andare via.
«Aspetta» gli grida Silvana Rasutti. «Aspettami qui» dice.
Lui la sente scappare nel buio, tagliare il campo in direzione della casa. Rovista in un cassetto, trova quello che cerca, torna indietro.
Il gigante ha aspettato.
Lei si risiede davanti al Paroliere.
«Vieni» dice. Tiene un braccio dietro la schiena.
Carnera cede. I tessuti muscolari nella tuta blu si tendono per tornare indietro, per sedersi ancora. Lei passa un dito sulla scacchiera, sfiora due lettere vicine, in diagonale.
“Re” dice il Paroliere.
«Sei tu» sussurra Silvana Rasutti.
«Tu sei il mio Re» aggiunge. Passa un dito sulla scacchiera, sfiora una terza lettera unita alle altre. La lettera “O”.
“Ore” dice il Paroliere.
«È il tempo» sussurra Silvana Rasutti.
«Il tempo che voglio dedicare al mio Re. Tutte le ore del tempo».
Passa un dito sulla scacchiera, sfiora una quarta lettera che viene appena prima delle tre precedenti. La lettera “M”.
“More” dice il Paroliere.
«È il mio frutto preferito» sussurra Silvana Rasutti.
«Voglio godere delle gioie della natura per ore accanto al mio Re».
Toglie il braccio da dietro la schiena, allunga la mano verso Carnera, la apre. Sul palmo tiene un paio di occhiali leggeri, la montatura sottile.
Un paio di occhiali con una lente sola.
Carnera non comprende ma si affida alla donna.
Prende gli occhiali, li mette in punta di naso.
«Apri» dice Silvana Rasutti. Indica l’occhio guasto, dietro la lente.
Lui solleva la palpebra stanca.


«Adesso leggi» dice lei.

Il gigante obbedisce senza fiatare.


Mette a fuoco la scacchiera come se non l’avesse mai vista.
Così la parola gli sale nello stomaco, nella gola. Basta una sola lettera vicina alle altre per formarla, la parola che trattiene in sé le precedenti: le More di Silvana Rasutti, le loro Ore insieme, il Re che è diventato grazie a lei. Basta una “A” sulla diagonale delle parole precedenti per far sbocciare quella che le contiene tutte.
“Amore” dice il Paroliere.
«Amore» ripete Carnera di getto. Non la trattiene dentro, troppo violenta la spinta a uscire, troppo grande la forza del sentimento. E per la prima volta Silvana Rasutti sente il suono della voce del gigante di pietra e ferro. Una voce profonda e bellissima, condensata in una parola soltanto.
Una parola di cinque lettere.

Tratto da Piccola osteria senza parole (Edizioni E/O 2015).

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