Giornata mondiale del libro e del Diritto d’autore con Italo Calvino

Il 23 aprile si celebra la Giornata Mondiale del libro e del Diritto d’autore: la celebriamo con Italo Calvino.

Il 23 aprile si celebra la Giornata Mondiale del libro e del Diritto d’autore, nata nel 1996 sotto l’egida dell’UNESCO “per promuovere la lettura, la pubblicazione dei libri e la tutela del copyright. Il 23 aprile è stato scelto perché è il giorno in cui sono morti, nel 1616, tre scrittori considerati dei pilastri della cultura universale: Miguel de Cervantes, William Shakespeare e Garcilaso de la Vega.” Il Club di Lettura italiano “Se Una Notte ..”, attivo dal 1993, festeggia la Giornata di quest’anno con uno dei nostri autori più internazionali, Italo Calvino (1923-1985): abbiamo scelto alcuni passaggi da Lezioni americane, sei proposte per il prossimo millennio, concentrandoci su un momento importantissimo della scrittura: l’incipit.

Fino al momento precedente a quello in cui cominciamo a scrivere, abbiamo a nostra disposizione il mondo.

Italo Calvino

Il punto di partenza delle mie conferenze sarà […] questo momento decisivo per lo scrittore: il distacco dalla potenzialità illimitata e multiforme per incontrare qualcosa che ancora non esiste ma che potrà esistere solo accettando dei limiti e delle regole. Fino al momento precedente a quello in cui cominciamo a scrivere, abbiamo a nostra disposizione il mondo – quello che per ognuno di noi costituisce il mondo, una somma di informazioni, di esperienze, di valori – il mondo dato in blocco, senza un prima né un poi, il mondo come memoria individuale e come potenzialità implicita; e noi vogliamo estrarre da questo mondo un discorso, un racconto, un sentimento: o forse più esattamente vogiamo compiere un’operazione che ci permetta di situarci in questo mondo. Abbiamo a disposizione tutti i linguaggi: quelli elaborati dalla letteratura, gli stili in cui si sono espressi civiltà e individui nei vari secoli e paesi, e anche i linguaggi elaborati dalle discipline più varie, finalizzati a raggiungere le più varie forme di conoscenza: e noi vigliamo estrarne il linguaggio adatto a dire ciò che vogliamo dire, il linguaggio che è ciò che vogliamo dire.

Ogni volta l’inizio è questo momento di distacco dalla molteplicità dei possibili: per il narratore l’allontanare da sé la molteplicità delle storie possibili, in modo da isolare e rendere raccontabile la singola storia che ha deciso di raccontare questa sera; per il poeta l’allontanare da sé un sentimento del mondo indifferenziato per isolare e connettere un accordo di parole in coincidenza con una sensazione o un pensiero.

[…]

Gli antichi avevano una chiara coscienza dell’importanza di questo momento, e aprivano i loro poemi con l’invocazione alla Musa, giusto omaggio alla dea che custodisce e amministra il grande tesoro della memoria, di cui ogni mito, ogni epopea, ogni racconto fanno parte. Bastava il fuggevole richiamo alla Musa, un’invocazione che era anche un addio, un segno d’intesa alla folla di eroi, all’intrico di imprese, come a dire se ora mi occupo dell’ira di Achille non dimentico i cento altri episodi della guerra di Troia, se ora è il ritorno di Ulisse che m’interessa non dimentico le vicissitudini dei ritorni di tutti gli altri eroi.

Nel teatro antico, la scena fissa rappresentava il luogo ideale in cui tutte le tragedie così come tutte le commedie possono svolgersi. Un luogo della mente, fuori dallo spazio e dal tempo, ma tale da identificarsi con i luoghi ed i tempi d’ogni azione drammatica. I teatri romani che si sono conservati e le ricostruzioni del Rinascimento palladiano ci hanno reso familiare quest’immagine della classicità come disponibilità impassibile allo scatenarsi delle passioni umane: la facciata marmorea d’un solenne palazzo con la porta reale al centro e le due porte più piccole simmetriche ai lati, che poteva essere ogni reggia, ogni tempio, ogni piazza di città. Bastava che dalla soglia d’una di quelle porte s’affacciasse un re, o un indovino, o un messaggero, ed ecco che tra le tante azioni potenziali una diventava attuale, senza che la continuità con il resto dell’esistenza e dell’immaginabile fosse spezzata.

Tratto da Cominciare e finire (ricavato dai manoscritti preparatori delle Norton Lectures), pubblicato come Appendice di Lezioni americane, sei proposte per il prossimo millennio (Mondadori, Milano 1993).

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