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Trieste ne”Le quattro ragazze Wieselberger”, di Fausta Cialènte

Fausta Cialènte, (1898-1994) ci ha lasciato romanzi indimenticabili che pure non hanno sempre ricevuto il giusto riconoscimento della critica. Qui un estratto da Le quattro ragazze Wieselberger, opera autobiografica.

Fausta Cialènte, (1898-1994) ci ha lasciato romanzi indimenticabili che pure non hanno sempre ricevuto il giusto riconoscimento della critica. Dopo l’infanzia felice a Trieste, a seguito del matrimonio di sua madre con un ufficiale dell’esercito regio, la scrittrice, allora bambina, ebbe con il fratello Renato una vita errabonda che la portò a vivere in molte città d’Italia sentendosi esule ovunque. Riportiamo qui un estratto da Le quattro ragazze Wieselberger, opera autobiografica che ricorda le origini triestine della famiglia e la felicità delle quattro sorelle (l’ultima fu la madre dell’autrice), il cui destino subì poi le vicende dolorose dell’irredentismo e della guerra.

Così viveva una giudiziosa, benestante famiglia triestina verso la fine del secolo: si poteva abitare un bell’appartamento in città, possedere una grande casa di campagna con giardino, orto e vigna, in ambedue i luoghi le dispense erano colme di ogni bendiddio, e gli ospiti potevano arrivare a qualsiasi momento senza intimorire nessuno, negli armadi si contavano a dozzine le lenzuola in lino di Fiandra, cifrate, con pizzi, ricami e piegoline, tutto fatto a mano, a centinaia le federe, gli asciugamani, i canovacci (la sarta in casa era persona fissa, anche in villa, con quattro ragazze da vestire e alle quali preparare il corredo, che doveva esser fatto per ciascuna anche se poi qualcuna restava zitella), e nondimeno si pensava ch’era meglio farle crescere con l’idea che ricche non erano, mentre la carrozza e i cavalli al portone avrebbero potuto lasciarglielo credere. […]

La casa in cui era nata la quarta sorella (e forse vi era nata anche qualcuna delle altre) aveva le finestre sulla piazza del Ponte Rosso, ma l’entrata era a fianco, in via Genova che allora si chiamava via del Campanile, nelle vicinanze della chiesa di Sant’Antonio Nuovo. Dalle finestre si vedeva di scorcio il bel canale costruito sulle antiche salinare, che tuttora penetra nella piazza attraversato a metà dal ponte, e dentro vi galleggiano barche e barconi. Anche il mare si poteva vedere sporgendosi un poco dai balconi, e ad ogni modo il vento ne portava l’odore. Al mattino nella piazza c’era un mercato di frutta e verdure, e secondo le stagioni erano montagne di ciliege e susine del Carso, di fichi, uva e pesche d’Istria, di arance e limoni venuti su dalla Sicilia, ossia dal vagheggiato regno d’Italia; e ridevano sulle bilance cumuli di un bel ribes trasparente, color fuoco. […]

Non molto lontano di lì c’era la Piazza della Legna (anticamente s’era chiamata la Piazza San Lazzaro), ma il nome le era stato sostituito dal popolino perche vi si svolgeva quel particolare mercato e vi stavano in permanenza cataste di fascina e di legna ben secca e stagionata, in mezzo a povere catapecchie che se avessero preso fuoco sarebbero sparite in un rapido e violento falò; e fu questa la ragione per cui v’installarono il primo posto di pompieri. Un altro slargo nelle vicinanze era chiamato Piazzetta delle Pignatte. Vi si vendevano soltanto stoviglie grezze e sui marciapiedi si allineavano in belle file vasi da fiori e vasi da notte, posate di legno per la cucina, e quando faceva molto freddo le venditrici, costrette allo scoperto per lunghe ore, si ristoravano con tazze di caffellatte ben caldo o bicchierini di grappa – ed era noto che la loro scelta cadeva più spesso e volentieri sulla grappa.

Tratto da Le quattro ragazze Wieselberger, di Fausta Cialente (ed. La Tartaruga, 2018)

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