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Le lagune e il tempo nei “Microcosmi” di Claudio Magris

In Microcosmi, Claudio Magris (Trieste, 1938) offre al lettore un’attenta descrizione di luoghi della sua Trieste e del Friuli. Uno dei luoghi prescelti sono le lagune nella zona di Grado.

Come indica la parola che dà titolo al libro, Microcosmi, di Claudio Magris (Trieste 1938), offre al lettore un’attenta descrizione di luoghi di Trieste e del Friuli che l’autore conosce e frequenta. Vi trovano spazio antichi caffè o giardini cittadini, ma anche zone rurali e spazi naturali. In ognuno di essi lo scrittore lascia indugiare lo sguardo, narrando aneddoti di famiglia o biografie di eroi minori alle quali fanno spesso eco riflessioni sullo scorrere del tempo. Qui riportiamo brani dal capitolo dedicato alle lagune che si trovano nella zona di Grado. Nelle annotazioni di Magris, mondo naturale e rottami industriali sono lo spunto per meditare, attraverso un linguaggio robusto ma anche lirico, sull’esperienza del viaggio, sulla vita e sulla morte.

La laguna, subito oltre il ponte, comincia con un cimitero di barconi. Dal fianco di uno di essi si sporge una gru rovesciata e sul ponte gli argani sono arrugginiti, ma le gomene sono ancora intere e robuste. Questo naufragio è mite; la nave si appoggia stanca e tranquilla su una secca, dopo aver portato per tanto tempo pesce e soprattutto sabbia, e attende la consunzione. Di un burchio, più devastato, restano quasi solo i madieri e la chiglia, un astratto ricamo di lunghi chiodi spavaldi, ma gli altri sono ancora solidi; il legno è duro, la forma panciuta e forte mostra la sapienza delle mani che l’hanno forgiata, conoscenza di venti e maree accumulata da generazioni. Sulle fiancate si stingono strisce rosse e blu, ma qua e là il colore è ancora vivido e caldo.

Ci vorrà molto tempo prima che le maree, la pioggia e il vento sfascino quelle barche in rottami e ancora di più prima che questi marciscano e si sbriciolino Gradualità della morte, tenace resistenza della forma all’estinzione. Viaggiare è anche una perdente guerriglia contro l’oblio, un cammino di retroguardia; fermarsi a osservare la figura di un tronco dissolto ma non ancora del tutto cancellato, il profilo di una duna che si disfa, le tracce dell’abitare in una vecchia casa.

La laguna è un paesaggio adatto a questo lento vagabondare senza meta in cerca di segni della metamorfosi, perché i mutamenti, anche quelli del mare e della terra, sono visibili e si consumano sotto gli occhi. Il banco di sabbia a sinistra, che argina il mare aperto, il Banco d’Orio, si è spostato, durante i due anni nei quali Fabio Zanetti lo studiava per la sua tesi di laurea, di parecchi metri, specialmente verso ovest, causa un’eccezionale bora. Il movimento è tangibile, come il passare del tempo sul volto di una persona. I venti sono gli estrosi architetti del paesaggio: lo sciroccale rompe, la bora spazza e porta via, la brezza costruisce e ricostruisce.

Tratto da Microcosmi, di Claudio Magris (Garzanti, 1997)

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