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19 Marzo: festa del padre con “Ritratto in piedi”, di Gianna Manzini (1896-1974)

Celebriamo il 19 Marzo con un brano di Gianna Manzini (1896-1974), che in Ritratto in piedi ricorda la figura del padre, l’anarchico Giuseppe Manzini.

A Firenze, a un cavallo da piazza, non potevano fare attraversare il ponte Santa Trìnita. Giunto a metà, voleva saltare la spalletta e buttarsi di sotto, con la carrozza e tutto. Il vetturino diceva: “Buono, Lillo, buono”; e tentava di trascinarlo per la cavezza. Macché. S’impuntava; schiumava; impazziva. E soltanto su quel ponte. Nessuno sapeva spiegarsi la cosa. Non c’era nulla da ricordare. Tutto accadde dall’oggi al domani. Ombroso, non era stato mai.

Che avrà visto, a metà dell’arcata del ponte? Quale ricordo, quale spettro sarà insorto a bloccarlo? Quale percezione d’un ostacolo incombente e terrificante? Che nessuno potesse capacitarsi, vedere, capire insieme con lui, e lo lasciasse lì, senza alcun possibile soccorso di fronte al proprio incomunicabile terrore, questo apriva una voragine di solitudine nella quale si dibatteva col peso de’ suoi molti anni e magari di quelli precedenti la sua vita stessa.

Ebbene, in certi momenti, mentre mi provo a scrivere la vita del babbo, io sono quel cavallo, a metà dell’arcata del ponte. M’impenno. Non vado avanti. Addirittura torno indietro. Sconvolta? Tanto; ma non abbastanza. Infatti mi butto su un diverso lavoro; posso perfino attirare su di me un malanno o una malattia; prometto; riprometto; ma con un senso di colpa, di struggimento, di pace perduta.

Pace perduta: il ricordo del padre, l’anarchico Giuseppe Manzini, morto in seguito a un’aggressione fascista. Nell’Atto di Contrizione all’inizio dell’opera, l’autrice evoca il senso di colpa che del libro costituisce la genesi. Ne scaturisce una storia del primo Novecento fatta di immagini che attestano il valore morale dello scomparso e la sua integrità. E, man mano che avanza la narrazione, anche la confessione del ‘tradimento’ compiuto dalla Gianna giovinetta.

Un giorno, lui giunse a Firenze (clandestinamente, s’intende). Aveva scritto un libretto, una favola allegorica e voleva affidarla alla casa editrice Bemporad. Perché non si fidasse di spedirlo, lui, così fiducioso sempre (tanto che soleva dire che la diffidenza porta dritti alla meschinità) e volesse metterlo da sé nelle mani di uno dei dirigenti, forse quello con il quale era stato in corrispondenza, doveva dirmi quanto quelle pagine gli premevano, quanto gli erano costate. Venne a prendermi a scuola. Ultima ora di lezione, quattro del pomeriggio. Aprile.

Prendo tempo. Non so da che parte incominciare. Mi scosto da me stessa e da quel momento. La vergogna brucia. E che siano passati tanti anni non importa. Brucia.

Mi staccai dal gruppo delle mie amiche. Il suo abbraccio. Lo sento. Anzi, no; sento quello che si era riproposto, che aveva aspettato. Io glie ne imposi uno misurato, sfuggente. Forse il suo aspetto, dopo anni di segregazione fra i monti, mi aveva disorientata. Le scarpe vecchissime, troppo lustre, facevano piangere. Il vestito, pulito, sì, ma ormai senza forma; come un pigiama. Tirata fuori dalla sepoltura di un cassetto, la cravatta. Sotto quella cravatta  mi spiaccicai, brutto insetto.

Sentivo alla nostre spalle gli occhi delle mie compagne. Che disagio, invece di un legittimo scatto di fierezza.

Voleva che andassimo in un bel caffè, disse proprio “un bel caffè”. Ne scelsi uno, seminascosto, in via del Proconsole. Consumo adesso tutto il rossore che avrebbe potuto avvamparmi, mentre lo conducevo quasi per mano, quasi come un bambino, in quel “bel caffè”, che era bieco, sporco, semibuio.

Chi di noi non ricorda parole momenti gesti inespressi? Chi di noi non crede di aver tradito, o almeno deluso, un genitore almeno una volta? Chi non ne riconosce poi il valore, la bellezza, l’innocenza? Giunti a un certo punto della vita ci si interroga sull’assenza, e la coscienza tenta di mettere ordine nelle memorie, nei rimpianti, nelle cose.

Ritratto in piedi vinse il Premio Campiello nel 1971.

Ludovica Valentini

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