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L’ideologia dell’esclusione: “Gli occhiali d’oro”, di Giorgio Bassani (1916-2000)

Nel romanzo Gli occhiali d’oro, Bassani crea un parallelo tra la tragedia di Athos Fadigati, omosessuale emarginato morto suicida, e l’esclusione degli ebrei italiani, cominciata con le leggi razziali del 1938.

Il tempo ha cominciato a diradarli, eppure non si può ancora dire che siano pochi, a Ferrara, quelli che ricordano il dottor Fadigati (Athos Fadigati, sicuro – rievocano -, l’otorinolaringoiatra che aveva studio e casa in via Gorgadello, a due passi da piazza delle Erbe, e che è finito così male, poveruomo, così tragicamente, proprio lui che da giovane, quando venne a stabilirsi nella nostra città dalla nativa Venezia, era parso destinato alla più regolare, più tranquilla, e per ciò stesso più invidiabile delle carriere…).

Nel romanzo Gli occhiali d’oro, Giorgio Bassani affronta il tema dell’antisemitismo, centrale nel suo discorso. Qui l’io narrante presenta al lettore la vicenda di Athos Fadigati, medico omosessuale stabilitosi a Ferrara negli anni del fascismo. La sua tragica storia permette all’autore di tracciare un parallelo tra l’emarginazione del ‘diverso’ e l’esclusione (e poi la persecuzione) degli ebrei italiani, cominciata con le leggi razziali del 1938.

Come spesso accade nella narrativa di Bassani, lo sguardo della Ferrara che conta pare voler seguire le mosse del cittadino Fadigati, entrando negli aspetti più privati della sua esistenza. Con maestria, Bassani usa la voce del narratore per gettare luce sulle preferenze e le avversioni della collettività.

Erano piaciuti i suoi modi cortesi, discreti, il suo evidente disinteresse, il suo ragionevole spirito di carità nei confronti dei malati più poveri. […] In lui ci fu di sicuro, insomma, a prima vista, qualcosa che subito attrasse e rassicurò.

[…] Alle nove era già all’ospedale, e fra visite e operazioni (perché operava, anche: non c’era giorno che non gli capitasse un paio di tonsille da togliere o una mastoide da scalpellare), tirava avanti di seguito fino all’una. Dopodiché, fra l’una e le due, non era raro incontrarlo mentre risaliva a piedi corso Giovecca col pacchetto del tonno sott’olio o dell’affettato appeso al mignolo, e col «Corriere della Sera» che gli spuntava dalla tasca del soprabito. Dunque pranzava a casa. E siccome la cuoca non ce l’aveva, e la donna a mezzo servizio che gli teneva puliti casa e studio si presentava soltanto verso le tre, un’ora prima dell’infermiera, doveva essere lui stesso, storia in fondo già bizzarra abbastanza, a prepararsi l’indispensabile piatto di pastasciutta.

E’ sulle serate del dottore che l’interesse si tinge di toni critici:

erano gli angusti e gremiti marciapiedi di via San Romano quelli che Fadigati batteva di preferenza. A incrociarsi con lui sotto quei portici bassi, dove stagnava un acre sentore di pesce fritto, di salumi, di vini e di filati da poco prezzo, ma pieni soprattutto di folla, donnette, soldati, ragazzi, contadini ammantellati, eccetera, faceva meraviglia il suo occhio vivo, allegro, soddisfatto, il vago sorriso che gli spianava il volto. […] Riappariva soltanto più tardi, dopo le dieci, in uno dei quattro cinema cittadini: l’Excelsior, il Salvini, il Rex e il Diana. Ma anche qui, ai posti di galleria, dove le persone distinte si ritrovavano sempre fra loro come in un salotto, preferiva gli ultimi posti di platea. E quale imbarazzo per le persone distinte vederlo là di sotto, così ben vestito, confuso in mezzo alla peggiore «teppa popolare»! Era proprio di buon gusto – sospiravano, volgendo accorati gli sguardi altrove -, ostentare fino a quel segno lo spirito di bohème?

Ciò che il protagonista negli angoli appartati dei cinema e delle vie, è ciò che, nel romanzo, lo distingue dagli altri:

quand’ecco, non si sa da chi messe in giro, cominciarono a udirsi strane, anzi stranissime voci.

«Non lo sai? Mi risulta che il dottor Fadigati è…»

Così, l’idea della diversità si fa strada nella narrazione. Cedendo alle lusinghe del giovane Deliliers, il dottore commetterà un’imprudenza sentimentale che non gli verra perdonata: isolato e improverito, Fadigati muore suicida. Toccante nella sua autenticità è una delle ultime conversazioni tra il medico, ormai caduto in disgrazia e il giovane narratore, anch’egli vittima del pregiudizio perché ebreo:

Sempre seguiti o preceduti dalla cagna, riprendemmo infine la nostra passeggiata. Stavamo ormai avvicinandoci a casa mia. Se ci precedeva, la cagna si fermava a ogni incrocio come timorosa di perderci un’altra volta.
«La guardi», diceva intanto Fadigati, indicandomela.
«Forse bisognerebbe essere così, sapere accettare la propria natura. Ma d’altra parte come si fa? È possibile pagare un prezzo simile? Nell’uomo c’è molto della bestia, eppure può, l’uomo, arrendersi? Ammettere di essere una bestia, e soltanto una bestia?»
Scoppiai in una gran risata.
«Oh, no», dissi. «Sarebbe come dire: può un italiano, un cittadino italiano, ammettere di essere un ebreo, e soltanto un ebreo?»
Mi guardò umiliato.
«Comprendo cosa vuol dire», disse poi. «In questi giorni, mi creda, ho pensato tante volte a lei e ai suoi. Però, mi permetta di dirglielo, se io fossi in lei…»
«Che cosa dovrei fare?», lo interruppi con impeto.
«Accettare di essere quello che sono? O meglio adattarmi ad essere quello che gli altri vogliono che io sia?»
«Non so perché non dovrebbe», ribatté dolcemente.

Questo parallelo rivela la vera volontà dell’autore: additare nella tragica sorte di Fadigati, considerato un ‘diverso’ e perciò stesso emarginato, il destino terribile che non molto tempo dopo avrebbe colpito migliaia di ebrei.

Ludovica Valentini

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