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Mario Soldati: “I racconti del Maresciallo” (5)

L’intuito guida il Maresciallo Arnaudi nella sua indagine. Mario Soldati, autore del racconto, è qui anche l’amico che ascolta.

«Lascia stare, adesso. Comunque, quella sensazione fu decisiva. Raggiunto l’albero e il cadavere, osservai intorno per terra, come cercando qualcosa: vidi che le tracce continuavano. Le seguii. Andavano diritte all’idròvora. Dunque l’idea che avevo avuto era giusta. Lui era tornato indietro verso la macchina, ed era caduto all’altezza dell’albero.

«Le tracce finivano contro il muretto immediatamente contiguo all’idròvora. Guardai nel canale. Era gelato: e nel mezzo, ma appena visibile, un piccolo rettangolo nero

«Che cos’era?»

«A quella distanza, e con la poca luce che rimaneva, non si capiva che cosa fosse. Bisognava intuire. Bisognava sentire. No… non ridere, è così. Io sono convinto che, se non avessi avuto, prima, quella tale sensazione che ti ho detto, non avrei neanche visto il piccolo rettangolo nero

«Ma che cos’era, Gigi

«Forse oggi non ce la farei più. Ma ero più giovane. Eh, sono passati quasi dieci anni. E alla nostra età, dieci anni sono molto. Fatto sta, ero solo. L’appuntato era là, di guardia al cadavere, e gli altri con lui. Ho scavalcato il muretto, e mi sono calato sulla sponda. Ci voleva un certo coraggio. Bastava niente a scivolare, e a cadere sul ghiaccio, sfondarlo, finire nel canale. Non dico crepare, ma un bagno, con quel gelo, non era certo consigliabile. E poi, se sfondavo il ghiaccio, addio portafogli…»

«Ah, era un portafogli?»

«Si capisce. E lui lo aveva gettato nel canale senza guardare: senza pensare che il canale poteva essere gelato. Ma non ti dico per recuperarlo. Per una volta, ho rimpianto la sciabola, che una volta si portava anche in Servizio. Gli arboscelli che strappavo dalla ripa erano tutti troppo molli, oppure erano troppo corti, oppure troppo secchi e si rompevano in tanti pezzi. Finalmente, tagliando col temperino, dalla base, tutto un arbusto, e adoperandolo come una ramazza, ci sono riuscito.

«Nel portafogli, oltre a qualche foglio da diecimila, un libretto di assegni, la patente, c’era, nella tasca più interna, una fotografia. L’ho tolta. E non ho mai detto niente a nessuno. Dopo dieci anni, tu sei il primo al quale ne parlo. Ho consegnato all’autorità giudiziaria, col verbale, il portafogli senza la fotografia. Così, poi, l’autorità lo ha consegnato alla moglie.»

«Era la fotografia di una donna

«Non l’ho distrutta. Per fortuna c’era una dedica: con il nome, il primo nome di lui, e l’iniziale di lei. Lui si chiamava Carlo. Se mia moglie me la trovava, le avrei spiegato. Ce l’ho ancora.»

Si palpò la giacca, guardandosi intorno. La televisione era spenta. Le stanzine della trattoria erano tutte buie, salvo la nostra. Il cerchietto di neon, al centro del soffitto, spandeva su di noi una luce da cripta, o da obitorio. (continua)

Leggi anche:

Mario Soldati e l’amicizia ne “I racconti del Maresciallo” (1967)

Mario Soldati: “I racconti del Maresciallo” (2)

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Mario Soldati: “I racconti del Maresciallo” (4)

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