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Mario Soldati: “I racconti del Maresciallo” (4)

-Dovrei essere uno scrittore come te, per riuscire a descriverlo-. Due amici seduti al ristorante, il maresciallo Arnaudi racconta, Soldati fa da ascoltatore

«Il mistero era: come mai, perché si era allontanato dalla macchina, ferito in quelle condizioni? Non certo con l’intenzione di chiedere soccorso: sarebbe andato per la strada: o, supponendo che le sue forze non gli permettessero di risalire l’argine, avrebbe proseguito lungo questo, così da poter vedere, e da poter essere visto da chi passava nella strada. Ma no, aveva tagliato obliquamente, attraverso il campo, dove tracce di sangue sul terreno gelato mostravano esattamente il cammino percorso: come se il suo solo scopo fosse stato di raggiungere quell’albero.

«Osservavo, in silenzio, il cadavere: e non mi risolvevo ad andarmene, né a mandare l’appuntato a telefonare per l’ambulanza. Volevo capire.

«A un tratto, mi colpì un particolare a cui fino allora non avevo dato nessuna importanza. Il corpo non era voltato verso la campagna, come se l’industriale fosse stramazzato al suolo venendo dalla macchina. Bensì, era voltato verso la macchina: come se fosse stramazzato tornando indietro. Anzi, questa era stata la ragione per cui avevano tanto tardato a scoprirlo. Quelli che erano intorno alla macchina rovesciata, non vedendo nessuno, si erano guardati intorno: e se il corpo fosse stato di qua, e non di là dagli alberi, lo avrebbero visto subito. La campagna, lì, è piatta come una tavola. Certo, poteva anche darsi che lui avesse raggiunto  l’albero; gli avesse, per così dire, girato intorno, magari tentando di afferrarsi, e fosse infine caduto voltandosi verso la strada. Ma perché dirigersi alla fila d’alberi, e proprio a quell’albero?

«Tornai io stesso alla macchina e provai a fare il percorso che lui aveva fatto, e a guardare, intanto, davanti a me, come doveva aver guardato lui. Camminavo adagio, un’occhiata ogni tanto alle tracce di sangue: e pensando, pensando più forte che potevo. Intanto, era straordinario il fatto che le tracce seguissero una linea così diritta. Davvero, pareva che il suo obbiettivo fosse l’albero.

«Camminavo adagio. Era quasi l’imbrunire. La giornata era stata serena, tersa, come sempre quando fa così freddo. Il cielo aveva quel colore che non è più un colore, tra il grigio, il violetto, il bleu, che dovrei essere uno scrittore come te, per riuscire a descriverlo. Del resto, non è necessario. O forse sì, perché credo che fu proprio guardando il cielo, e dimenticandomi per un attimo di essere un povero maresciallo dei Carabinieri e per di più in Servizio, e immaginandomi per un attimo di essere anch’io un poeta o uno scrittore, forse fu proprio così che notai, attraverso i salici e appena un po’ più chiare del cielo, le due torri quadrate dell’idròvora. Ecco, mi dissi quasi meccanicamente: si direbbe proprio che volesse dirigersi all’idròvora. Ma perché?  

«Ebbi allora un pensiero: vago, indeciso: forse sarebbe meglio dire una sensazione personale. Ho paura che non posso confidartela.»

«Perché?» dissi. (continua)

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6 risposte a "Mario Soldati: “I racconti del Maresciallo” (4)"

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  1. “Camminavo adagio. Era quasi l’imbrunire. La giornata era stata serena, tersa, come sempre quando fa così freddo. Il cielo aveva quel colore che non è più un colore, tra il grigio, il violetto, il bleu, che dovrei essere uno scrittore come te, per riuscire a descriverlo.” Soldati dona al suo personaggio il proprio talento narrativo e si accomoda nel ruolo dell’ascoltatore.

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