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Diego Marani e il dilemma del linguaggio come identità: “Nuova grammatica finlandese”

Diego Marani (Ferrara, 1959) affronta nei suoi romanzi la questione del linguaggio: difenderlo come avviene per i nazionalismi, perderlo per un vuoto di memoria o anche perdersi in una molteplicità di lingue.

… ogni popolo impara le regole della sua grammatica e s’illude con quelle di risolvere l’astruso esercizio della vita.

Così parla uno dei personaggi creati da Diego Marani (Ferrara 1959), nel romanzo Nuova grammatica finlandese, pubblicato nel 2000 e vincitore del Premio Grinzane Cavour dell’anno successivo. L’autore, interprete presso il Consiglio dei Ministri dell’Unione Europea, è un testimone diretto delle questioni che ogni lingua solleva; come scrittore, si interroga sull’esistenza stessa del linguaggio: quanto della nostra identità investiamo nell’aderire a una lingua e dove può portarci questo attaccamento?

Nuova grammatica finlandese narra la vicenda di un uomo trovato in stato di incoscienza nei pressi della stazione ferroviaria di Trieste. E’ il 1943, imperversa il conflitto mondiale. Il dottor Friari, neurologo finlandese in servizio su una nave tedesca, si occupa di curare lo sconosciuto, la cui amnesia è totale. Giudicandolo un connazionale in base ad alcuni dettagli nei suoi abiti, il dottore insegna al paziente la lingua natale e lo convince a tornare in Finlandia per ritrovare i luoghi del suo passato. Sampo Karjalainen -così viene chiamato lo sconosciuto- affronta dunque un viaggio alla ricerca di radici in un’Europa devastata dalla guerra. Ma il tentativo si dimostra angoscioso quanto vano:

Non era difficile lasciarsi andare al desiderio che tutti abbiamo di appartenere a qualcosa. Ma la mia appartenenza a quella nuova identità restava artificiale. Ogni giorno era da rifare. Appena si spegneva la coscienza, appena si allentava la vigilanza della mente, evaporavano i progressi compiuti. Se restavano le parole, se si radicava e s’irrobustiva la conoscenza della lingua, nulla restava invece della mia convinzione di appartenere a quel posto. Non riuscivo a spegnere il sospetto di correre a rotta di collo sulla strada sbagliata. Nelle più nascoste pieghe dell’inconscio non si attenuava mai la sensazione che dentro il mio cervello ne pulsasse un altro, sepolto vivo.

Lungi dall’offrire conforto, il viaggio precipita il protagonista in una tragedia personale e segna la sua decisione di raggiungere il fronte e combattere per un Paese a cui non appartiene: “… se non ho potuto essere un vero finlandese da vivo, lo sarò almeno da morto.” Troppo tardi il dottor Friari scoprirà che l’uomo da lui creduto un compatriota era in realtà un italiano di nome Massimiliano Brodar, “che a causa d’un crudele equivoco, ho involontariamente scagliato verso un destino non suo.

Attraverso le vicende di Sampo Karjalainen e del dottor Friari, Diego Marani colloca la lingua in una riflessione che investe il dramma dei nazionalismi, delle frontiere e della guerra:

Spesso, anche dentro uno stesso popolo, la patria degli uni nega quella degli altri. Da questo nacque la follia che oggi ha ridotto l’Europa in cenere. […] Come tutto quel che è proprio dell’uomo, anche la lingua si trasforma e perseguirne la purezza è insensato quanto perseguire la purezza della razza. I linguisti dicono che ogni lingua tende via via a semplificarsi, a esprimere il massimo significato con il minimo ingombro di suoni, E’ così che le parole più corte sono quelle più antiche, più corrose dal tempo. In finlandese, guerra è sota e queste due sillabe bastano a dire quante ne abbiamo fatte. (continua)

Ludovica Valentini

Leggi anche:

Diego Marani e il dilemma del linguaggio come identità (2): “L’interprete”

Diego Marani e il dilemma del lingiaggio come identità (3): “L’ultimo dei vostiachi”

3 risposte a "Diego Marani e il dilemma del linguaggio come identità: “Nuova grammatica finlandese”"

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  1. “La patria degli uni nega quella degli altri” è una frase che colpisce. In quanti luoghi attualmente le diversità etniche, oltre che linguistiche, alimentano conflitti politici? Quanto a ridurre l’Europa in cenere, sembra che la memoria delle guerre passate incoraggi, invece di placare, una folle propensione a distruggere ancora.

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